Per arrivare a Morigerati con l'auto si percorre l'autostrada Salerno - Reggio Calabria, A3, verso sud, fino all' uscita Padula - Buonabitacolo. Da lì si va a sinistra e s' imbocca la variante 517 verso Policastro bussentino e si esce a Morigerati - Sicilì oppure si può uscire anche a Caselle in Pittari e poi proseguire per Morigerati.
IN TRENO:
da sud e da nord si scende a SAPRI. Alla stazione si prendono gli autobus del servizio pubblico oppure si può fruire, in estate, del servizio navetta.



Orario invernale

dal Martedì al Venerdi ore 9,00 - 13,30

Sabato ore 9,00 - 13,30 ore 15,00 - 19,00

Orario estivo

aperto tutti i giorni il pomeriggio ed una mattina a settimana

per i gruppi è meglio prenotare: tutte le visite sono guidate
L'indirizzo mail è: museoetnograficomorigerati@gmail.com

comune di Morigerati: morigeratiambiente@gmail.com 0974 982016 ;
personale di custodia Elfriede Caiafa 3395687522
per il direttore: l.blasco@libero.it

Manufatti tessili, utensili

Il museo di Morigerati conserva centinaia di manufatti tessili : complementi ed ornamenti di arredi lavorati all'uncinetto, biancheria ricamata e teli tessuti a telaio tradizionale, abiti per l'uso quotidiano e cerimoniale. Non vi è traccia di un modello di 'costume tradizionale' ovvero di una qualche foggia d'abito che, almeno per un periodo, abbia connotato la comunità sia in relazione ad eventi festivi sia in relazione a cerimonie familiari legate al ciclo della vita . Preziosi alcuni scialli in seta ed un abito matrimoniale nei toni del verde e bleu-viola. I tessuti pregiati non sono di fattura locale, mentre erano realizzati tessuti di lino e lana al telaio per la confezione di abiti di uso quotidiano o di coperte e tappeti. Due coperte, realizzate attorno alla fine dell'ottocento, sono tessute con fibre di lino e ginestra, tinteggiate con elementi vegetali. A Morigerati, per le necessità locali, si coltivava la pianta di lino che era poi lavorata fino a ridurla in fibra tessile. Tutti gli utensili utilizzati sono stati raccolti ed esposti in museo. Sono : il mangano, per la battitura della pianta di lino essiccata, macerata e quindi di nuovo asciugata; la spatola con l'asse, per continuare con la sfibratura della pianta; il cardo e quindi gli altri utensili per la filatura. Il museo conserva due modelli di telaio tradizionale con il quale si realizzavano pezze di tessuto della larghezza di circa 60 centimetri. Insieme al telaio sono conservati gli attrezzi per 'armare' l'orditoio e per realizzare con il filato, matasse e gomitoli .

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La cereria

La cereria di Morigerati ha iniziato l'attività, presumibilmente, a metà 800 ad opera di Nicola Prota che aveva appreso il mestiere di ceraiuolo soggiornando per tre o quattro anni a Messina. In seguito lavorarono nella cereria Pasquale Prota, figlio di Nicola e Attilio, figlio di Pasquale. Alla morte di Attilio nel 1944, si chiude l'attività ma l'impianto rimane integro fino al 1960.
I manufatti prodotti sono oggetti devozionali: ex voto a forma anatomica, candele e ceri. Nel laboratorio Prota due persone , in genere maschi adulti, eseguivano le fasi principali, altre cinque o sei ,donne e bambini, collaboravano. Il ciclo di lavorazione era continuo, fatte salve alcune fasi che potevano essere eseguite solamente nei mesi di luglio ed agosto.
La cera d'api è il componente fondamentale per la composizione della materia prima; veniva acquistata in occasione della fiera di San Leonzio (22 settembre) nel vicino paese di Torre Orsaia.
La cera era liquefatta, mista ad acqua in una caldaia di rame. Quindi era fatta freddare in acqua. Scolata in cassette di legno, veniva stesa su lunghi tavolacci e nelle ore notturne era frantumata . Il lavoro doveva essere ultimato prima del sorgere del sole, affinchè la cera non si ammorbidisse con il calore del giorno. Era quindi esposta al sole per renderla bianca. Mista alla paraffina era usata per la fattura di candele, pura per gli ex voto.
Per la confezione degli ex voto anatomici erano usati gli stampi a due e tre valve. La cera calda e liquefatta era colata all'interno dello stampo precedentemente tenuto in immersione nell'acqua.
Gli ex voto anatomici erano acquistati da tutti i paesi del circondario ed erano donati nei culti dedicati a: a San Lazzaro a Vibonati; a Santa Maria dei Martiri a Casaletto Spartano; a San Biagio di Sicilì; a San Demetrio di Morigerati; alla Madonna del Rosario di Pompei.
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Le terrecotte

Gli oggetti esposti sono databili dalla metà dell’800 fino agli anni ’80 del secolo scorso. Non presentano particolari decorazioni ad eccezione di alcuni piccoli recipienti da cottura, anche di particolare pregio (sono visibili nella grande vetrina di fronte a chi entra nella sala) e dei piatti e bacili.
Gli orci sono decorati con superfici graffiate ovvero con disegni geometrici, ripetuti, a sbalzo, lungo l’area mediana .
Tutti i contenitori in terracotta non sono stati realizzati nella valle del Bussento ma acquistati dalle famiglie di Morigerati e dei comuni limitrofi nei mercati e fiere locali. Nella memoria dei più anziani si parla spesso di barche che approdavano al porto di Sapri e sbarcavano terraglie di vari formati. Gli oggetti sono tutti di area campana e forse anche di origine lucana e calabrese.
Alcuni sono stati sicuramente realizzati nel Cilento a Camerota dove ancora oggi si producono manufatti in terracotta .
Negli ambienti domestici i contenitori in terracotta erano adibiti a molte funzioni legate soprattutto alla conservazione di cibi, bevande, e prodotti alimentari in genere.
Sono esposti, tra gli altri:
i contenitori a forma cilindrica con o senza impugnatura chiamati ‘salaturi’ utilizzati soprattutto per la conservazione di cibi sotto sale; vari recipienti in terracotta rossa, quindi con un’alta percentuale di ferro , particolarmente adatta per resistere alle alte temperature della cottura sul fuoco. A forma tronco-conica con interno invetriato, colorazione nei toni del verde-bianco di diverse dimensioni, sono i bacili.
Le grandi giare in terracotta invetriata sono state usate per contenere l’olio d’oliva.
Sono apprezzabili i grandi e medi contenitori per liquidi : acqua, vino, olio; i grandi piatti con decorazioni fitomorfe a colori vivaci. Si tratta dei piatti un tempo utilizzati per la lavorazione del pomodoro al fine di produrre la conserva.
Di recente è stato acquisito il tornio per la modellatura dell'argilla, appartenuta all'artigiano Cammarano di Camerota.
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Pompeo Cammarano per il Museo di Morigerati

Il laboratorio di Pompeo è nel borgo di Camerota, un piccolo comune del Parco Nazionale del Cilento in provincia di Salerno. Pompeo è il vasaio che ha proseguito l'attività che da generazioni produce manufatti in terracotta per l'uso quotidiano. Oggi si avvale di moderne tecnologie ma il lavoro al tornio, un tempo azionato con i piedi ed oggi elettrico, è rimasto quello di sempre.
Si producono oggetti più vicini alle esigenze delle famiglie e delle aziende locali, ma ancora Pompeo, realizza vasi dalle forme tradizionali, usati, nei secoli, sul territorio cilentano. Per il Museo di Morigerati, il vasaio Cammarano, ha ceduto un modello di tornio tradizionale ed ha riconosciuto, nelle collezioni di terrecotte del Museo, alcuni pezzi sicuramente realizzati nel laboratorio di famiglia.

Il vasaio di Camerota

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Agricoltura e pastorizia

Nella valle del Bussento si coltivavano gran parte dei vegetali destinati ad uso alimentare ed il frumento era il cereale più diffuso. A Morigerati fino al 1960 era ancora in funzione il mulino ad acqua.Il mulino, oggi ristrutturato, è situato nei pressi del fiume Bussentino. Nel territorio bussentino, caratterizzato da monti, ammantato da boschi e fitta vegetazione, sono diffuse piante legnose, in specie fico, vite ed olivo, tipiche dell’area mediterranea. L’olivo si coltiva per i suoi frutti; le olive, utilizzate per la produzione di olio. La raccolta delle olive avveniva quando queste erano completamente mature e veniva effettuata a mano per non danneggiare i frutti e le piante. Una volta raccolte, le olive venivano portate al frantoio, dove per mezzo della spremitura si estraeva l’olio.
I frantoi o ‘trappito’ erano molto diffusi su tutto il territorio ed ogni comune poteva averne anche più di uno. Attualmente in Morigerati è un moderno frantoio nella frazione Sicilì che con un sistema di spremitura a freddo è in grado di produrre un ottimo olio extravergine. Nello stesso comune, fino a pochi anni fa e cioè fino agli anni ’90, era anche presente, in un locale al piano terra dell’antico palazzo baronale, un frantoio aperto nel 1935 da Francesco Florenzano coadiuvato dalla moglie Rosaria. Il frantoio era originariamente fornito di macine in pietra azionate da un asino o un mulo, successivamente le presse erano realizzate in metallo e manovrate dai lavoranti.
Molto diffusa era anche la pastorizia, praticata a livello locale: bovini ma soprattutto caprini e ovini venivano ed ancora oggi vengono allevati soprattutto per l’utilizzo dei loro prodotti: le carni, il latte ed i derivati e la lana. Si era soliti riunire le greggi, anche se appartenenti a pastori diversi: ogni pastore provvedeva alla marcatura dei propri capi, stampigliando sul dorso con vernice scura le iniziali del nome o qualche segno rudimentale come stelle, croci, cuori. I pastori traevano i mezzi del proprio sostentamento direttamente dagli animali allevati e il latte veniva utilizzato anche per la preparazione di formaggi e ricotta.
I formaggi potevano essere preparati in due modi: a caldo e a freddo. La differenza stava nel fatto che questa ultima procedura, un volta aggiunto il caglio, non richiedeva ulteriore cottura. Il caglio è una sostanza naturale derivata dall’apparato digerente di capre e pecore e serve per ottenere la coagulazione del latte.
Nella sala che ospita oggetti, utensili e manufatti legati all’agricoltura ed alla pastorizia sono visibili:
l’aratro in legno con il grande timone, un antico modello diffuso in tutta l’area mediterranea ed azionato con l’ausilio di una coppia di buoi specificamente addestrati; contenitori in fibra vegetale intrecciata, adibiti per il trasporto di ortaggi e per la soma dell’asino e del mulo che veniva fissata al basto; il giogo che veniva posto sulla nuca dei bovini che erano utilizzati per trascinare l’aratro; il basto per il mulo, ed alcuni finimenti in legno cuoio e metallo. I finimenti provengono dall’area campana ed erano utilizzati per scopi non strettamente connessi ai lavori agricoli. Nei tre oggetti sono visibili delle decorazioni raffiguranti San Giorgio nell’atto di uccidere il drago, decorazioni floreali o anatomorfe (mani) , le iniziali dei proprietari originari, ed altre simbologie anche a carattere apotropaico, con la funzione, cioè, di proteggere magicamente dal cosiddetto ‘malocchio’. Sono conservate le parti metalliche di utensili per i lavori agricoli : zappe di varie dimensioni , picconi, falci messorie utilizzate per la mietitura del grano diversa dalle falci per l’erba poiché realizzate con il taglio seghettato; il ditale in canna usato per proteggere le dita del mietitore da un eventuale contatto con la lama della falce; una serie di contenitori in doghe di legno per la misura del volume dei cereali ed in particolare del grano. L’utilizzo degli ‘stoppelli o stuppielli’ come sono definiti in termine dialettale, era molto diffuso, con diversi nomi e differenti misure di volume, in quasi tutte le regioni italiane ed in Morigerati ancora oggi indica non solamente una misura di volume ma anche una misura di superficie intendendo per essa un appezzamento di terreno agricolo dell’estensione adatta per la semina della quantità indicata di cereali.
Poi vi sono altri attrezzi agricoli quali il correggiato o flagello per la trebbiatura dei legumi e dei cereali, formato da una lunga impugnatura legata ad un altro sottile e robusto asse mobile . Una volta disposti i legumi ed i cereali sull’aia venivano battuti con il flagello fino a far separare i semi dai baccelli e dalle spighe. Sono anche esposti dei contenitori in metallo per l’olio di diverse capacità ed un manufatto a forma circolare di fibre intrecciate usato per la molitura delle olive.
Proseguendo con l’esposizione sono visibili delle caldaie in rame per la produzione casearia e quindi , dello stesso ciclo produttivo, le ‘fiscelle’ per scolare la ricotta, un ‘colalatte’ in legno ed alcuni manufatti realizzati da pastori. Tra questi sono una serie di bastoni con fogge molto diverse alcuni lavorati con soggetti antropomorfi e zoomorfi. Sono anche esposti dei collari per ovini ed alcuni modelli in miniatura realizzati da giovani figli di pastori.
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Falegname e manufatti in legno

Il Museo conserva molti manufatti in legno e l'intero corredo di attrezzi di due falegnami, uno operante in Morigerati e l'altro a Vibonati. Nelle due botteghe venivano realizzati, con utensili a mano e meccanici, mobili di semplice fattura in legno di castagno e noce locale. Si trattava degli arredi indispensabili in una casa contadina: piccoli armadi, casse per la biancheria, culle, madie per impastare e riporre il pane... Erano prodotte anche macchine semplici ed altri utensili o parti di questi. Il lavoro non era particolarmente specializzato ed un artigiano doveva essere in grado di produrre tutto ciò che occorreva alla comunità: mobili, infissi, attrezzi, botti e parti di carri agricoli. Gli oggetti esposti sono solamente una parte di quelli appartenenti al museo e sono databili attorno ai primi anni del '900 fino al 1960. Interessante è il tornio a pedale che testimonia di lavorazioni di un qualche pregio e di una certa serialità. Gli arredi non presentano ornamentazioni incise e/o applicate. Oltre ai pialloni erano in uso anche pialletti a cornice, attualmente in restauro, trapani a mano, martelli di differenti grammature, seghe a telaio ...a proposito degli strumenti da taglio sono state raccolte alcune seghe a due, così denominate perchè impugnate e manovrate da due uomini per tagliare gli alberi. Un altro modello era parte di una struttura per tagliare i tronchi in modo da realizzare tavole. Nella sala sono anche esposti dei recipienti in fibbra vegetale intrecciata per il trasporto della biancheria e per portare in campagna i bambini durante il lavoro dei genitori.

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Il ciabattino-calzolaio

I ciabattini a Morigerati non ci sono più. Gli attrezzi ed il piccolo tavolo da lavoro conservati nel Museo sono stati usati fino agli anni 60. Non si trattava di un riparatore di scarpe ma di un calzolaio, creava scarpe per il lavoro nei campi in cuoio e suole di gomma. A Morigerati l'uso delle scarpe, nelle classi popolari, non era molto diffuso fino agli anni cinquanta. Poi si cominciarono ad usare delle calzature realizzate con i copertoni d' auto come suole con tre fori in cui erano inseriti lunghi lacci, a guisa di coturni o 'ciocie'.
Per le scarpe erano usate le forme in legno, su cui veniva modellato il cuoio per la tomaja e per le suole. Queste venivano poi cucite con il cordino di canapa in cui era inserita una setola di maiale quale ago. Il cuoio era infatti bucato con le subbie. E' anche esposto un utensile adoperato per lisciare il bordo delle scarpe, il bisegolo, realizzato in legno di bosso.
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Il fabbro ferraio - lattoniere

I fabbri a Morigerati erano impegnati soprattutto nella realizzazione di manufatti da utilizzare in casa, catene per il camino, inferriate per le finestre ed i balconi...ma anche nella costruzione di utensili da usare in altre professioni e mestieri.
Il lavoro più diffuso era quello della riparazione degli attrezzi agricoli insieme all'attività di maniscalco sia per gli equini sia per i bovini.
Il lattoniere era impegnato nella realizzazione di manufatti per uso domestico quali : oliere, coperchi per le pentole, teglie da forno, pentolini.
Interessanti i boccali realizzati con il corpo costituito da un bossolo di cannone a cui è stato applicata un'impugnatura.
Tra i reperti è la trombetta usata dal banditore comunale per dare notizia dei provvedimenti della pubblica amministrazione e per altre informazioni utili alla collettività
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Paramenti sacri e libri delle messe

Clorinda Florenzano ha donato, di recente, la collezione di paramenti sacri e documenti ecclesiastici . Si tratta di una preziosa raccolta di indumenti liturgici non più in uso dalla riforma del rito, dopo il Concilio vaticano II. Sono numerose pianete, stole, piviali ed altri paramenti di differenti colorazioni a seconda del periodo liturgico e delle cerimonie specifiche legate al ciclo della vita umana e delle feste annuali ricorrenti.
Di pregio i tessuti e le ornamentazioni. E' anche esposto un tappeto funebre, un tempo utilizzato nei funerali per accogliere, in chiesa, la bara del defunto.
Oltre agli indumenti sono esposti i libri delle messe datati da metà ottocento ai primi lustri del 900, in cui sono annotate le richieste di messe a suffraggio delle anime dei defunti.
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Un pò di storia

Clorinda e Modestina Florenzano negli anni '60 iniziarono a raccogliere gli oggetti della cultura contadina sul territorio bussentino. Erano due insegnanti elementari e quindi potevano avere contatti quotidiani con i bambini e le famiglie che hanno condiviso questa raccolta. Un impegno durato anni, con l'idea di evitare la dispersione di un patrimonio. Poi la consapevolezza, nell'icomprensione generale, di aver creato una vera e propria collezione etnografica. Con la complicità di personalità quali Pietro Dhorn, medico tedesco, l'ultimo presidente e proprietario della stazione zoologica di Napoli, di Giuseppe Sebesta, l'etnologo italiano che aveva già fondato importanti musei , e di altri amici, l'istituzione della mostra permanente nel 1976. Le attività di ricerca e di comunicazione scientifica sono state realizzate, in venti anni, con la Fondazione Florenzano e quindi, nel 1994 l'istituzione del Museo comunale.